Cos’è il DNA fetale e quando fare il test

Per le coppie che aspettano con ansia la nascita del loro bambino, già durante il corso della gravidanza la loro unica preoccupazione riguarda il suo stato di salute. Al giorno d’oggi, per fortuna, è possibile effettuare una diagnosi prenatale che può rispondere alle domande (e alle ansie) dei futuri genitori attraverso due strade diverse:

  • un esame invasivo (che sia l’amniocentesi, oppure la villocentesi), che consente di ottenere la certezza del cariotipo fetale ma aumenta il rischio di aborto;
  • un esame non invasivo, cioè il DNA fetale, che permette di stimare il rischio di anomalia cromosomica senza alcun rischio sia per la mamma, che per il feto.

Bisogna precisare che alcune malattie sono ereditarie, mentre altre (incluse la sindrome di Down) non lo sono e si possono presentare in qualunque gravidanza. Il rischio di sindrome di Down, ad esempio, aumenta con l’età ma, a dispetto delle statistiche, la maggior parte dei bambini affetti nascono da madri con età inferiore ai 35 anni.

Cos’è il DNA fetale

Durante la gravidanza, nel sangue della futura mamma sono contenuti frammenti di DNA fetale. Il test prenatale, quindi, non fa altro che analizzare questi frammenti per rilevare il rischio di patologie specifiche quali:

  • sindrome di Down (o trisomia 21);
  • sindrome di Edwards (o trisomia 18);
  • sindrome di Patau (o trisomia 13).

Nel dettaglio:

  • il 99% dei casi di sindrome di Down;
  • il 97% dei casi della sindrome di Edwards;
  • il 92% dei casi della sindrome di Patau.

Inoltre, è possibile valutare i cromosomi sessuali X e Y e di rilevare eventuali patologie legate a essi, come la sindrome di Klinefelter o la sindrome di Turner.

Differenze con amniocentesi e villocentesi

Il test del DNA fetale non ha valenza diagnostica, quindi non va a sostituire una vera e propria diagnosi prenatale invasiva; semplicemente indica una percentuale di rischio e non può in alcun modo prendere il posto di amniocentesi o villocentesi.

Questi ultimi due esami, infatti, oltre a fornire risultati definitivi (vere e proprie diagnosi, e non stime di rischio) permettono anche di dare un’occhiata all’insieme dei cromosomi fetali; in questo modo, è possibile identificare (laddove ci siano) altre anomalie rispetto a quelle cromosomiche.

Sicuramente, il test del DNA fetale è molto più attendibile del Bi-test e forse, in futuro, potrebbe anche sostituirlo del tutto, ma lo stesso non può accadere con esami più accurati, specifici e invasivi come amniocentesi e villocentesi:

Amniocentesi

Si tratta di un esame diagnostico invasivo che consiste in un prelievo e in una successiva analisi di una piccola quantità di liquido amniotico, attraverso la quale è possibile ricostruire la mappa cromosomica del feto e individuare eventuali anomalie cromosomiche.

L’amniocentesi si esegue al quarto mese di gravidanza, a partire dalla 15esima settimana ed entro la 18esima.

Villocentesi

Anche la villocentesi è un esame diagnostico invasivo e precoce che consente di rilevare eventuali anomalie cromosomiche o malattie genetiche. Consiste nel prelievo dei villi coriali con l’obiettivo di analizzare i frammenti del tessuto coriale, dal quale si sviluppa la placenta. Può essere eseguita tra l’11esima e la 14esima settimana di gravidanza.

In cosa consiste il duo test

Il test del DNA fetale consiste in un classico prelievo di sangue materno e il suo funzionamento si basa sulla misurazione delle quantità di alcune sequenze di DNA per ogni cromosoma. Nel caso della sindrome di Down, per esempio, caratterizzata dalla presenza di un cromosoma 21 in più, si vanno ad analizzare le sequenze di DNA fetale proprio del cromosoma 21, si misurano le quantità e si rapportano con quelle rilevate nel sangue della madre: se il feto ha una quantità maggiore della madre, allora potrebbe essere affetto da sindrome di Down.

A chi è rivolto

Ogni donna in stato di gravidanza che lo desideri può liberamente e autonomamente richiedere di eseguire il test del DNA fetale a partire da decima settimana di gestazione. In particolare, poi, il ginecologo potrebbe consigliarlo nei seguenti casi:

  • gravidanze per le quali è sconsigliata una diagnostica invasiva;
  • a seguito di uno screening del I trimestre con esito di rischio intermedio/alto;
  • madre in età avanzata (> 35 anni);
  • presenza di anomalie cromosomiche in famiglia;
  • aborti precedenti;
  • gravidanze ottenute tramite tecniche di fecondazione assistita;
  • gestanti in stato di obesità;
  • gestanti con diabete materno;
  • gestanti con patologie metaboliche.

Quando farlo e a cosa serve

Come accennato, il duo test può essere eseguito dalla decima settimana di gravidanza in poi e permette di individuare anomalie cromosomiche del feto, sia trisomie, sia patologie o sindromi correlate a geni presenti sul cromosoma sessuale X.

Durante gli ultimi anni, inoltre, alcune ricerche internazionali hanno dimostrato che il test del DNA fetale può aiutare anche nella diagnosi precoce di alcune malattie metaboliche rare come:

  • PKU: si tratta di un accumulo tossico di fenilalanina, un aminoacido;
  • acidemia metilmalonica: un difetto congenito del metabolismo della vitamina B12;
  • omocistinuria: una patologia che comporta diversi disturbi quali peggioramento della vista, anomalie scheletriche e deficit intellettivo;
  • deficit genetico metabolico con conseguente carenza di vitamina B12: la carenza di questa vitamina nel corso della gravidanza può comportare alterazioni nello sviluppo del cervello del feto e provocare anche atrofia cerebrale;
  • microdelezioni: mutazioni cromosomiche, anomalie caratterizzate dalla perdita di frammenti di DNA che si disperdono nel corredo genetico, fin troppo spesso sottovalutate ma probabilmente causa di disordini del neurosviluppo.

In ogni caso, i risultati ottenuti devono essere sempre preceduti e seguiti da un’approfondita consulenza genetica e familiare, con l’obiettivo di individuare eventuali fattori di rischio paterni e materni in grado di incidere sullo sviluppo di anomalie cromosomiche.

In presenza di un test del DNA fetale negativo, infatti, non è comunque possibile escludere al 100% la presenza di anomalie, anche minime; allo stesso modo, persiste una probabilità del 5% che i test positivi, in realtà, non corrispondano necessariamente a una reale anomalia (falsi positivi).

A fronte di un risultato positivo, quindi, si rivela necessario e fondamentale ricorrere a diagnosi invasive, che devono confermare o escludere in modo attendibile l’esito del duo test. Quest’ultimo (è sempre utile ricordarlo) non è invasivo, né tanto meno rischioso per la gravidanza.

Come leggere i risultati

Come detto precedentemente, il test del DNA fetale è altamente affidabile nell’identificazione di un feto a rischio di trisomia 21 (sindrome di Down), trisomia 18 (sindrome di Edwards) e trisomia 13 (sindrome di Patau).

Nel merito specifico della sindrome di Down, che ancora oggi rappresenta l’indicazione principale, il risultato finale può avere 3 possibili esiti:

  • positivo: il feto potrebbe essere affetto da sindrome di Down, quindi si suggerisce alla mamma di ricorrere a un test più accurato e invasivo come l’amniocentesi;
  • negativo: è altamente improbabile che il feto abbia la sindrome di Down;
  • inconcludente: il risultato, in pratica, non fornisce alcuna informazione. Di solito si ha nel 4% dei test eseguiti ed è dovuto a una quantità di DNA fetale presente nel campione insufficiente a fornire un esito affidabile. In questi casi il test andrebbe ripetuto.

Rimane sempre il presupposto che, a prescindere dal risultato e a maggior ragione in presenza di un esito positivo o inconcludente, l’unico modo per ottenere conferma o esclusione è il ricorso a esami diagnostici decisamente più precisi e accurati.

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